Clonazione terapeutica umana: importante passo avanti da ricercatori giapponesi e americani

La scoperta della ''reversibilità'' delle cellule adulte in pluripotenti, compiuta da una equipe di scienziati nippo-americani, rappresenta un passo importante verso la clonazione terapeutica umana


Le cellule adulte possono regredire fino allo stadio pluripotenziale delle cellule staminali embrionali. Questa la scoperta he potrebbe rivelarsi rivoluzionaria, fatta da una equipe internazionale di ricercatori e riportata in due articoli, di cui uno in copertina, dalla autorevole rivista specializzata Nature.
Lo studio (che porta il nome degli scienziati Shinya Yamanaka della Università di Kyoto e Konrad Hochedlinger dell'Harvard Cell Stem Institute di Boston), per ora è stato applicato sul tessuto connettivo di alcuni topi di laboratorio, passando con interessanti risultati dalla fase in vitro a quella in vivo. Resta ancora da percorrere il cammino della sperimentazione sull'uomo. E anche se la paternità della scoperta è stata rivendicata in seconda battuta dal fisiologo italiano Saverio Cinti dell'Università di Ancona (che ne fa risalire la data al 2004), la notizia della ricerca è rimbalzata negli ambienti scientifici con la velocità della luce, in particolare per la sua portata innovativa nel campo della clonazione terapeutica.

Il trapianto di cellule staminali embrionali è considerata la frontiera per la cura di alcune importanti patologie, per le quali è necessaria la sostituzione di organi o tessuti danneggiati. Purtroppo in alcuni paesi, tra cui l'Italia, influenze di carattere ideologico e di stampo etico-religioso ne limitano notevolmente il raggio di azione. Nel nostro paese, oggi la legge vieta questo tipo di rierca, addirittura riconoscendo all'embrione un suo status morale e giuridico.

Lo studio nippo-american, dunque, potrebbe in un futuro, rendere le cellule embrionali umane sostituibili con quelle adulte, con buona pace della chiesa cattolica che aveva accolt0o favrevolmente la nuova scoperta, rimarcando come l'attesa di una tecnica alternativa all'uso degli embrioni in campo scientifico stia dando i suoi frutti. Eppure, al di là delle apparenze, chi ora plaude agli scienziati giapponesi dall'alto della obiezione di coscienza sull'utilizzo degli embrioni, dovrà ammettere la propria ipocrisia e il ricorso alla doppia morale nell'approccio alla questione, come ci spiega il professore Demetrio Neri, ordinario di Bioetica all' Università di Messina.

Prof. Neri, dalla rivista specializzata "Nature" apprendiamo della scoperta della ''reversibilità'' delle cellule adulte, fatta dallo staff congiunto di ricercatori nippo-americano guidato dallo scienziato Yamanaka della Universita di Kyoto. Quale è il valore scientifico e etico di questa ricerca?
La ricerca è senza dubbio interessante, ed era già stata presentata circa un anno fa in vitro. Rispecchia una speranza avanzata fin dall'inizio del dibattito sulle cellule staminali, cioè l'idea che si trovi il modo di differenziare le cellule adulte, cioè di farle tornare allo stato embrionale. La novità dovuta ai ricercatori giapponesi è che hanno individuato soprattutto quattro geni, ben noti in altre ricerche, che hanno la funzione di costituire la ''staminalità'' delle cellule staminali. Uno studio senza dubbio ineteressante e innovativo; ma bisogna stare attenti a due fattori importanti.

Non è la prima volta che una ricerca riesce a individuare cellule staminali pluripotenti, quindi con una potenzialità simile a quelle embrionali, e che venga esaltata, come in questo caso, quale soluzione a tutti i problemi. Mi riferisco a una ricerca di cinque anni fa portata avanti da una ricercatrice belga che viveva allora negli Stati Uniti, la quale aveva scoperto queste cellule pluripotenti nel midollo osseo. All'epoca si disse che con quella ricerca non ci sarebbe stato più bisogno di utilizzare cellule embrionali, ma i fatti sono andati in un altro modo: siamo infatti ancora al punto di partenza, e la stessa ricercatrice ha avuto molte difficoltà ad andare avanti, tanto che ora i suoi dati sono stati messi sotto accusa. L'invito che faccio quindi è alla cautela. Siamo nella fase della ricerca di base, quella in cui dobbiamo capire i meccanismi fondamentali del funzionamento delle cellule staminali.

L'altro punto che vorrei sottolineare riguarda coloro che oggi e in precedenza si sono opposti alla ricerca sulle cellule staminali di tipo embrionale e alla sperimentazione sugli embrioni: non dovrebbero gioire troppo per questa ricerca, perché la procedura seguita dagli scienziati giapponesi e dai loro colleghi americani prevede, nel momento in cui dovessimo trasferire dai topi all'ambito umano queste tecniche, il ricorso, almeno alle prime sperimentazioni, anche agli embrioni umani. Chi finora ha detto no a questa ricerca non può così disinvoltamente ignorare che sono stati utilizzati strumenti di lavoro o conoscenze ricavate anche dalla ricerca sugli embrioni. E' un problema di fondo, e non ci si può limitare a dire che ciò che è successo in passato non ci interessa, più adducendo la giustificazione che la nuova tecnica d'ora in poi eviterà di distruggere embrioni umani. Questo atteggiamento corrisponde al condonare il male passato che invece coloro che si sono sempre opposti all'utilizzo della ricerca sugli embrioni non vogliono assolutamente accettare. Ecco perché certe dichiarazioni troppo roboanti mi sembrano premature e troppo disinvolte.

A questo proposito le riporto la dichiarazione di monsignor Giuseppe Betori, che ha commentato la notizia sottolineando ''la saggezza del popolo italiano, che ha saputo indicare la strada dei fatti e non delle ideologie'' . Parole che sembrano  mostrare come l'alternativa all'uso degli embrioni sia possibile...

Ma questo l'aveva già detto il Rapporto Donaldson del 1999, che ha segnato un po' l'inizio anche del dibattito in Italia, e un mio libro del 2001 sulle cellule staminali, dove indicavo questa possibilità futura come sbocco della ricerca. Ma la ricerca, per poter raggiungere la finalità che questi scienziati hanno cominciato a realizzare, deve andare avanti a 360 gradi. Se persone come monsignor Betori avessero potuto ottenere sette anni fa che la ricerca sugli embrioni venisse bloccata in tutto il mondo, noi forse non avremmo ottenuto neanche questi risultati. Una contraddizione di fondo da parte di chi utilizza questo tipo di ricerche, come è stato fatto con il lavoro portato avanti dalla ricercatrice belga cui accennavo sopra.

Quindi quella ricerca è stata fermata?
Sì, e per di più neanche la ricercatrice è riuscita a riprodurre quel primo risultato, e le riviste scientifiche hanno pubblicato alcuni documenti in cui vengono messi in dubbio i dati originari.
Tutto ciò evidenzia la delicatezza e la complessità delle ricerche, che non possono essere utilizzate in funzione di una battaglia politico-ideologica. La scienza deve andare avanti con l'obiettivo che tutti ci proponiamo, cioè che in futuro si possano avere questo tipo di tecnologie, come quelle suggerite dalla ricerca giapponese.

Il dato positivo, rispetto al ''proibizionismo'' italiano, è che ci sono paesi in cui la ricerca sulle cellule embrionali continua...
Qui bisogna vedere fino a che punto arriverà l'ipocrisia delle leggi. Per esempio oggi in Italia ne abbiamo una che impedisce la ricerca sugli embrioni. Alcuni gruppi di scienziati italiani, però (che tra l'altro il 12 luglio si presenteranno in un convegno pubblico a Roma), lavorano su cellule staminali di origine embrionale importate dall'estero, dato che la legge italiana non dà indicazioni su questo punto.

Quindi il fatto che siano importate dall'estero dà la possibilità alla ricerca italiana di lavorare su queste cellule?
Esatto. Però se in uno di questi laboratori verrà raggiunto un risultato utile in termini clinici, un problema etico si porrà perché sono ricerche che utilizzeranno come materiale bruto le cellule adulte, ma che derivano il sistema di conoscenze da una ricerca che nel suo complesso ha utilizzato anche embrioni.
Ci sono scienziati come il professor Vescovi (direttore dell'istituo di ricerche sulle cellule staminali Dibit dell'ospedale San Raffaele di Milano, cattolico e obiettore sulla ricerca embrionale n.d.r.), il quale sicuramente lavora con le cellule adulte; ma certo, come ha scritto lui stesso in un libro, non ignora i risultati conseguiti dai suoi colleghi. E' chiaro che anche questi scienziati ne avranno un grande vantaggio. Ma chi si oppone in linea di principio a qualunque ricerca che abbia utilizzato cellule embrionali, dovrebbe trovarsi in grosse difficoltà di fronte all'origine delle ricerche, se vuole essere onesto e coerente nella espressione delle proprie idee.

Lei cosa auspica?
Io auspico come sempre che la ricerca vada avanti a 360 gradi. Gli scienziati, a qualunque settore si vogliano dedicare, hanno bisogno di scambiarsi dati, strumenti e conoscenze. La ricerca non può andare avanti a compartimenti stagni: gli scienziati giapponesi non si sono posti l'obiettivo di realizzare questa dedifferenziazione dellle cellule adulte escludendo dal loro orizzonte tutte le conoscenze che hanno richiesto in precedenza la sperimentazione sugli embrioni. Sarebbe stato impossibile farlo. Per esempio la scoperta dell'azione di uno dei geni più noti, quello che corrisponde alla sigla Oct4 (gene espresso nelle cellule embrionali n.d.r., la cui importanza nel primo sviluppo embrionale è stata evidenziata proprio da uno scienziato italiano), fa parte delle conoscenze che circolano, e non possono essere ghettizzate perché ottenute in modo non etico. Chi la pensa così, non può accettare neanche questo tipo di ricerca.

Anche negli Stati Uniti non è possibile la ricerca sulle staminali embrionali, almeno con i fondi pubblici...
Il Congresso infatti sta chiedendo al presidente Bush di allentare i vincoli posti il 9 agosto del 2001, che hanno creato una stranissima contraddizione. I fondi pubblici possono essere usati per quelle 70 linee cellulari derivate prima del 9 agosto 2001; ma se per caso da quelle linee dovessero derivare dei trattamenti clinici, l'ente federale americano Fda non darebbe l'autorizzazione a procedere, in quanto contaminate da elementi animali.
Al contrario, sono state derivate con fondi privati nuove linee cellulari, che non hanno contaminazione, e che paradossalmente l'Fda approverebbe. Ma per queste non sono disponibili i fondi pubblici.

E' un ennesimo esempio di come spesso la politica interviene con l'accetta in un settore che invece ha degli sviluppi rapidissimi e richiede molta flessibilità, tanto è vero che la decisione di Bush è stata criticata da più versanti; in primis dai cattolici americani e poi anche dagli scienziati statunitensi. Qui è condensata tutta la differenza che corre tra un approccio attento ai dati della scienza e agli sviluppi, e un approccio, invece, condizionato pesantemete dai poteri di tipo ideologico


Nel caso la ricerca andasse a buon fine, quali sarebbero i tempi di applicazione sul genere umano?
I tempi sono molto lunghi. In questo campo siamo ancora nella fase preliminare. Tutti gli scienziati sanno che queste ricerche sono complicatissime perché non tutto quello che funziona sui topi di laboratorio poi funziona anche sull'uomo. Ci sono state belissime scoperte, anche sul cancro, che sembravano dare risultati sui topi, ma poi trasferite sull'uomo purtroppo non hanno funzionato. La ricerca in vitro e poi sugli animali ci dà tutta una serie di indicazioni, ma la strada è ancora molto lunga. Possiamo sperare, ma realisticamente non possiamo aspettarci risultati in tempi molto rapidi. Vorrei invitare alla prudenza tutte quelle persone che si fanno attirare da quelle trappole, diffuse attraverso Internet, che pubblicizzano le capacità di alcuni medici all'estero, ad esempio in Cina o in Messico, di guarire alcune patologie con le cellule staminali. E' un messaggio falso e devastante. Basterebbe confrontare i nomi dei medici indicati con le loro applicazioni nel campo delle cellule staminali, per scoprire che non hanno mai pubblicato nulla. Mentre gli scienziati che lavorano giornalmente in questo settore da dieci anni sono ancora molto prudenti.

Dunque bisogna aspettare...
Sì, con la consepovelezza che forse non noi, forse neanche i nostri figli, ma probabilmente i nostri nipoti, potranno godere di questi nuovi trattamenti.

di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il