I lavori usuranti sono milioni secondo i sindacati: come poterli definire obiettivamente?

In un'intervista al Corriere della Sera, il segretario generale della Uil, Angeletti, elenca i lavori 'usuranti': sono milioni


"..Dice un secco operaio,
che, va bene, la schiena si rompe al lavoro,
ma mangiare si mangia. Si fuma persino."

Cesare Pavese, nel suo primo libro, descrive l'uomo come una bestia, che non vorrebbe far niente. Le bestie sentono il tempo, e un ragazzo, che lavora in fabbrica, l'ha sentito all'alba. Ed è scappato. Senza dire niente, "alto il naso nell'aria". "Il mattino è trascorso, e la fabbrica libera ogni operaio". Stesi su un prato, a quel tempo ci pensano tutti, "aspettando il lavoro, come un gregge svogliato."

Lavorare stanca. E, sostiene Luigi Angeletti in un'intervista al Corriere della Sera, lavorare usura. Su quest'onda, nel mare piuttosto mosso della riforma delle pensioni, si apre una riflessione sulla fantomatica definizione di cosa e quale sia effettivamente un lavoro usurante. Quali sono i criteri per stabilirlo? Perché non è usurato solo il ragazzo operaio che, intrappolato tra le righe di Pavese, rincorre il tempo, per renderlo suo.

Per il segretario della Uil i lavori cui va attribuita questa denominazione sono milioni. Milioni. E le linee guida per individuarli sarebbero turni e orari.
Angeletti srotola una lista con annesse considerazioni, in cui spiega come mai determinate figure debbano essere considerate, appunto, usurate. E' difficile fare un calcolo preciso, ma i criteri generali cui bisognerebbe fare riferimento, sono ben più ampi di quelli che vorrebbero "i nostri amici al governo", sostiene il segretario generale.

Il suo collega della Cgil, Guglielmo Epifani, ribatte dicendo che ci sono le basi per una griglia di lavori faticosi. "Ci sono tabelle dei lavori usuranti in senso stretto, dai cavatori ai minatori - sostiene il numero uno di Corso Italia -. Ci sono coloro che lavorano con i turni, in particolare chi fa le notti, e c'è il grande tema della catena di montaggio, in cui è la macchina a dettare il ritmo, e il lavoratore non è libero nei propri movimenti".

Tra i ‘milioni' di Angeletti compaiono gli insegnanti, perché è usurante sopportare decine di bambini urlanti. Compaiono i vigili del fuoco, perché fanno i turni. Compaiono i portieri d'albergo, accanto agli infermieri, "tipico caso di turnisti particolarmente disagiati". Seguono poliziotti, carabinieri, lavoratori delle dogane: lavorano di notte, si alzano presto, vanno a dormire tardi. Ecco poi i baristi, raggiunti di corsa dai lavoratori dei call center, stressati per eccellenza. E gli operai? Si, certo, ma per Angeletti bisogna fare dei distinguo, ed evitare che la fatica fisica sia l'unico faro.

A tutti questi usurati si contrappongono gli uomini liberi: i non usurati per definizione sono magistrati, professori universitari, e, a sorpresa, i piloti d'aereo. Seguono politici e sindacalisti. Categorie che non vorrebbero mai andare in pensione, e che, ammettendo un'eventuale buona dose di fatica giornaliera, vanno escluse dai ‘milioni' perché dispongono di un totale libero arbitrio, scelgono di fare ciò che fanno, si autogestiscono e, in ogni caso, "lo stipendio glielo danno comunque".

Noi abbiamo parlato con Claudio Treves, coordinatore del Dipartimento Politiche attive del lavoro della Cgil Nazionale. La sua prima riflessione è l'evidenza di essere di fronte ad un'intervista funzionale alla trattativa, che serve ad alzare le condizioni dell'accordo. Bisogna fare un ragionamento amplio, che permetta di definire dei parametri chiari: per Treves, turni, i vincoli dell'attività di prestazione e lo stress emotivo. E' maledettamente difficile però trovare dei criteri univoci e applicabili, e "bisognerà farlo individuando, settore per settore, le figure o le attività che hanno come esito un lavoro particolarmente stressante, faticoso e quindi usurante". Lavoro non semplice, oltre che lungo.

"E' indubbio che il lavoro a turni introduca nella vita delle persone un aggravio, che può essere maggiore o minore a seconda che i turni siano due, tre o quattro. Lo stesso, il fatto di lavorare in maniera vincolata, dove per vincolata non si deve intendere solo il lavoro alla catena (che è un classico, perché è la catena a decidere quali sono le cadenze), ma anche, per esempio, il lavoro nei call center. Questo - va avanti Treves - è tragicamente un lavoro vincolato: il call center spesso funziona con la distribuzione delle telefonate fatte con il computer, per cui manca addirittura un intervento umano".

L'ampio spettro di attività che Angeletti inserisce nel suo elenco, va quindi considerato, ma tenendo presenti le dovute distinzioni. In tutti i lavori, ci ricorda la voce della Cgil, ci sono dei picchi di attività:il chè è un problema, ad esempio, per i baristi, per coloro che lavorano nel turismo, i quali da una certa ora in poi sono obbligati a correre come disperati. "Però tutto questo ha una durata, non voglio dire limitata, ma tutto sommato concentrata: un conto è parlare di picchi, e un altro è equiparare o paragonare queste attività a quelle di un lavoratore addetto alla catena, a un centralinista del call center, o a una cassiera part time di un ipermercato, che sono sottoposti a stress costante".

Ci sono poi figure di cui Angeletti non ha parlato, a cui però si dovrebbe riservare una particolare attenzione: e Treves ci parla del ciclo dell'editoria. "Ci sono persone che strutturalmente lavorano sette giorni su sette, per 365 giorni all'anno, tranne quei quattro in cui i giornali non escono. Si svegliano alle due del mattino per portare i prodotti del sistema mediatico nelle edicole, vanno a dormire alle dieci del mattino successivo. E' chiaro che quella è una vita strana, anche dal punto di vista della socialità, perché le persone tra virgolette normali non le incontri o le incontri perché tu, di fatto, stai facendo una notte in bianco". "Fare le battute è facilissimo - puntualizza Treves - , poi entrare nelle singole fattispecie è un pasticcio".

Parlando di lavori non usuranti, poi, qualche perplessità sui piloti, "è vero che vogliono restare al lavoro, ma, dato che portano gente, è bene che non ci restino troppo". Viene condivisa l'esclusione dei professori universitari: "al di là della fatica intellettuale, che è opportuno che facciano, non mi pare che conducano una vita usurante". Stessa cosa per politici e sindacalisti: "fanno una vita di m., ma questi sono problemi loro, non usura", dice, sentendosi non poco coinvolto.

C'è un problema a monte dell'allargamento della categoria degli ‘usurati', ed è strettamente economico. Come ricorda Treves, la legge Dini prevedeva che i costi della riduzione fino a un massimo di 60 mesi, quindi di cinque anni, della vita lavorativa per queste persone, fossero divisi in tre parti: lavoratori, imprese e stato, quindi collettività. "E' chiaro che far gravare sul sistema contrattuale un costo così rilevante rende praticamente impossibile finanziare la riduzione della vita lavorativa, perché è complicato per qualunque organizzazione dire: ‘sapete che c'è? Quest'anno per quattro anni non si rinnovano i salari perché così paghiamo la riduzione della vita lavorativa di 200 persone particolarmente sfigate'. Non esiste in natura una cosa del genere: quindi, dovendo subentrare la collettività in maniera molto maggiore, è chiaro che questo ha un costo".

di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il