Referendum sì o no: i vantaggi e svantaggi della riforma costituzionale del referendum

Il 4 dicembre Matteo Renzi si giocherà la partita più importante della sua carriera politica. Intanto i due schieramenti continuano a stigmatizzare vantaggi e svantaggi della riforma costituzionale

Referendum sì o no: i vantaggi e svantag


La battaglia referendaria in vista dell’appuntamento decisivo fissato per domenica 4 dicembre sta entrando nel vivo. Lo si capisce dai toni accesi che schieramenti trasversali consolidati intorno alle ragioni del Sì e del No, stanno utilizzando nella loro strategia di comunicazione. E il clima di incertezza e di grande partecipazione popolare al dibattito pubblico ha spinto osservatori stranieri ad accendere i riflettori su quello che sta accadendo in Italia. L’ultimo esempio in ordine cronologico è rappresentato dall’assist alle ragioni del Sì fornito dal Financial Times secondo il quale se il referendum dovesse essere bocciato, otto banche italiane potrebbero fallire. Precedentemente ci aveva pensato l’Economist, altro settimanale inglese non nuovo alle intrusioni nella vita politica italiana, a lanciare una bordata contro Renzi e la riforma invitando gli italiani a sostenere massicciamente il No.

L’appuntamento referendario ha assunto quindi una valenza che va ben oltre alle motivazioni che possono spingere a votare a favore dell’approvazione della riforma che porta il nome del ministro Boschi, oppure contro. Gli interrogativi che tengono banco nel corpo vivo della società riguardano soprattutto il dopo 4 dicembre. Cosa succederà in caso di vittoria del Sì? E in caso contrario, quali saranno le ripercussioni sull’Italia? Quali i vantaggi e quali gli svantaggi che deriverebbero dall’accoglimento o meno della riforma targata Renzi/Boschi?

Innanzitutto è bene considerare che la partita più delicata la sta giocando Matteo Renzi. Anche in seguito alle sue dichiarazioni poi parzialmente ritrattate, il voto ha assunto una connotazione politica trasformandosi in un referendum sull’operato del suo governo. Il blocco del No pur non essendo omogeneo, potrebbe scavare un solco determinante nelle intenzioni di voto degli italiani, fino ad ottenere il successo finale. Uno scenario che non lascerebbe alternative al Premier-Segretario che sarebbe costretto a lasciare il suo incarico a Palazzo Chigi per tentare nuovamente la scalata, stavolta marchiata dall’investitura popolare, alle prossime elezioni politiche che potrebbero essere anticipate rispetto alla naturale scadenza prevista nel 2018.

La sconfitta del Sì viene valutata in maniera opposta dagli analisti economici: per alcuni sarebbe uno scenario apocalittico vista la probabile reazione negativa dei mercati. Per altri, invece, all’orizzonte non ci sarebbe nessun cataclisma. La spia per leggere questa tendenza è ancora una volta lo spread, il differenziale tra il rendimento dei titoli decennali italiani e gli omologhi tedeschi, vecchia conoscenza degli italiani ai tempi del crepuscolo del governo Berlusconi.

Per i sostenitori del Sì il 5 dicembre potrebbe essere il giorno in cui l’Italia si risveglia finalmente come un paese moderno, dotato di istituzioni veloci ed efficaci e di una governabilità figlia dell’azzeramento del potere di ricatto dei partiti all’azione di Governo. Un Paese dove i costi della politica sono dimezzati e vengono eliminati i carrozzoni inutili come il CNEL. Un Paese dove lo Stato ha un ruolo centrale rispetto agli enti territoriali e dove anche le proposte di leggi di iniziativa popolare devono essere obbligatoriamente valutate e votate dal Parlamento. Fumo negli occhi per coloro che sono schierati sul fronte opposto secondo i quali il bicameralismo non verrà affatto superato, visto il mantenimento del Senato seppur con compiti diversi, i costi della politica non saranno dimezzati, bensì leggermente ridotti, il paese correrebbe il rischio di una deriva autoritaria visto e considerato il potere quasi illimitato che il Governo assumerebbe nei confronti di un Parlamento esautorato dalle sue funzioni di proposta e vigilanza e gli spazi di democrazia diretta subirebbero una drastica riduzione.

di Luigi Mannini pubblicato il